Racconti

Un incubo

Ero in uno stato confusionale quella mattina quando mi svegliai sul far dell’alba. Durante la notte avevo fatto un sogno strano, di cui adesso do il resoconto al lettore:

cavalcavo un cavallo nero dai finimenti d’oro lungo uno stagno lugubre nei pressi di uno strapiombo. Al mio fianco, in alto, su una rocca solitaria si ergeva un castello fatiscente, la cui immagine sinistra si rifletteva deforme su quella pozza d’acqua sporca da cui sentivo gracidare le rane e a tratti qualche rospo verdastro e schifoso. Si poteva udire anche un leggero frinire di cicale mentre il canneto frusciava dando una sensazione di sgomento e di terrore quando il vento come una brezza calda e pestifera giungeva a toccare anche le mie guance. Una coltre di nebbia era sospesa nell’aria lattiginosa e la falce della luna si lasciava scorgere appena dietro lontani nembi scuri, rossastri color rame, da cui faceva capolino. La visione somigliava allo sguardo di una donna scarmigliata e ricolma nel cuore di quella volontà vendicativa e odiosa che in un delirio di follia può portare un essere anche al crimine. Era un’atmosfera soffocata, chiusa e raccapricciante. Sentivo che mi si sgranavano gli occhi e che mi uscivano fuori dalle orbite, come a voler schizzare, mentre una corrente elettrica di paura, in quella tenebra immonda, mi saliva su su, dai piedi fino alla schiena e al collo e al cervello.

Quando giunsi al portone gotico del castello, il castellano mi aprì personalmente, e, facendomi entrare, mi diede il benvenuto. Sua moglie, la signora Anna, era seduta su una ampia poltrona in pelle color crema e la si vedeva appena nella penombra, in particolar modo si notavano le sue gambe lunghe e sensuali che terminavano con delle scarpe in pelle di serpente grigie con i tacchi a spillo scintillanti come lame di coltello affilate. Cominciò una discussione.

– Ti ha detto Jean, mio marito, cos’è successo la notte scorsa?

– No, non mi ha detto nulla. Perché, cosa è successo?

In quel mentre il mio amico H mi passò accanto come un’ombra, e si avvicinò alla poltrona di Anna, rimanendo all’impiedi ad ascoltare mentre fumava una sigaretta emettendo zaffate di fumo azzurro che incipriavano la stanza tanto che ci si vedeva appena.

Una voce risuonò da una lontananza remota, come un’eco da un pozzo profondo.

– Te ne ho parlato poco fa Jean, – disse H.

– Ah, si tratta di quella faccenda – risposi, – Non ho ben capito come è andata a finire.

– Mentre eravamo a letto a dormire, sentimmo un rumore sordo e netto al piano di sotto. Io mi alzai dal letto, indossai la vestaglia e m’affacciai alla balaustra della scalinata. Gettai uno sguardo giù ma non scorsi niente, così tornai in camera mia pensando che la causa di ciò era stata dovuta al domestico che forse nel camminare aveva inavvertitamente sbattuto contro qualcosa. Così ci rimettemmo a dormire ma dopo un po’ questo urlo, perché sembrava davvero un grido disumano, ci svegliò di nuovo – disse Anna.

– Sì, fu una specie di ululato, – disse H, – Rimanemmo per un attimo smarriti e quasi paralizzati. Io stesso non riuscivo a capire cosa fosse, a mettere a fuoco nella mia mente quel fenomeno talmente sconcertante. Così presi la bugia e andai a vedere di persona. Mentre scendevo a passi felpati le scale, con le gambe che mi tremavano tutte, e i capelli che mi si rizzavano in testa, quell’urlo si attenuò in un miagolio rantolante e affannoso. Riuscii a scorgere sul pavimento lucido, illuminato appena da un raggio di luna, una sagoma bianca. Sembrava una donna avvolta in un sudario grondante sangue che mi appariva con un volto scrutatore e indagatore. Poteva essere anche un gatto, ma era più grosso di un gatto, era una bestia perché aveva il vello di un cinghiale e a tratti sembrava anche grugnire. Avevo nella mano destra la pistola, così mirai a quella cosa, e sparai un colpo alla bestia demoniaca che dopo aver cacciato fuori un ultimo urlo agonizzante stramazzò a terra morta. Per la paura e l’esaltazione delirante tornai immediatamente da mia moglie.

– Ma insomma, cos’era quella bestia? – domandai.

– L’indomani trovammo, con nostro stupore, una donna morta! Morta! Mio marito aveva ucciso una donna! Chi fosse non lo so ancora. H dice che non la conosce. Fatto sta che è venuta la polizia ad interrogarci sull’accaduto. Noi naturalmente abbiamo dichiarato la legittima difesa. Adesso c’è un’indagine in corso su di noi e la morta.

– Doveva essere una ladra, – disse H, – e quella stupida donna adesso mi ha messo nei guai.

Quando H pronunciò la parola «stupida», notai sulle labbra di H un leggero tremolio e la sua voce emise un piccolo singhiozzo strozzato mentre l’occhio si era fatto più cristallino e umido. Allora capii che quella donna forse poteva essere stata un’amante di H che incautamente si era introdotta liberamente in casa sua. H infatti mi aveva parlato più di una volta di donne che lo perseguitavano e con cui aveva spesso amplessi amorosi.

Si era fatta mezzanotte quando la pendola suonò. Un tonfo enorme, una cannonata mi fece svegliare. Era stato qualcuno o qualcosa che aveva fatto scattare l’allarme di un’auto in strada.

___________________

Sulla tomba di una morta

Vi confesso che solo il ricordo di quanto è accaduto mi mette i brividi. Florie era morta da un pezzo ormai ed era stata seppellita nel camposanto all’ombra dei cipressi scuri, ombrosi e slanciati come guglie gotiche. Sulla lapide di marmo screziato con venature color cenere vi era inciso il suo nome con caratteri semplici e sobri: Florie D. 1975-2006.

Una notte, preso dall’ossessione di rivederla, mi recai alla sua tomba. Avevo portato con me una pala, così la dissotterrai. Il custode del cimitero lasciava sempre il cancello aperto perciò mi fu facile entrare. Una volta che ebbi tirato fuori la bara, e la ebbi deposta sul pietrisco, la schiodai e ne aprii il coperchio. Sopra il mio capo una luna piena sognante illuminava tutto l’universo schiumoso di stelle scintillanti. La bara color ebano era raccapricciante quanto il viso di Florie. Io la contemplavo assorto, i suoi occhi brillavano come cristalli vivi mentre il corpo putrido si disfaceva. Non era ancora in uno stato di decomposizione avanzato e emanava un no so che di strano, sinistro, e misterioso. Portava ancora al collo il monile che le avevo regalato un tempo come pegno d’amore: era una falce di luna argentata sorretta da una cordicella nera che le incorniciava il collo tenero e sensuale. Ad un tratto sentii una voce parlarmi anche se il cadavere non muoveva la bocca.

– O caro, perché sei venuto a trovarmi?

Ebbi un sussulto come se un terremoto disastroso si fosse abbattuto sulla mia anima. Strabuzzai gli occhi, e mi guardai ingiro.

– Chi ha parlato! – esclamai terrorizzato.

– Ma io, sono stata io, Florie. Ti ho pensato tanto in queste lunghe notti eterne e ti desidero ancora, con quell’ardore immortale delle amanti impazzite. Ti voglio Jean!

– Ma!…, ma!… come puoi parlarmi Florie, tu sei morta!

Al che abbassai nuovamente lo sguardo sulla salma. Sembrava una bambola di ceramica con occhi che mi fissavano come quelli di un gatto. Una piccola fiamma e uno scintillio di dentini di latte tingevano quel volto esanime. I cipressi stormivano sotto le sferzate del vento mugghiante. Il tempo cominciava a brontolare di lontano e a tratti un lampo succeduto da un tuono illuminava tutto il circondario. In alto, alle mie spalle, potevo vedere il tetto rosso sangue del municipio del paese che era abbarbicato su un’altura ricoperta di alberi e fratte e casupole addossate le une alle altre come un promontorio la cui proboscide sprofondava nell’abisso immondo del Necronomicon.

– Non può essere vero, – dissi, – tu sei morta.

Tornato in me da un lungo viaggio tumultuoso e incantato d’amore dalle Mille e una notte, mi decisi a rimettere al suo posto la bara. Diedi un ultimo addio a Florie, la bacia sulla fronte bionda, e richiusi il coperchio inchiodandolo con un grosso martello.

Ad un certo punto scoppiai a piangere con lacrime disperate. – Florie! Florie! Florie! – Urlavo a singhiozzi. Ero in ginocchio con la faccia immersa tra le mani quando qualcosa mi toccò alla spalla. Trasalii di terrore, stavo quasi per diventare pazzo dalla paura e mi girai di colpo. Florie era impiedi dietro di me con le braccia tese e imploranti. Sembrava un fantasma librato nell’aria come certe figure di William Blake. Quando la vidi la paura scomparve e mi sentii liberato da tutto l’orrore e l’angoscia. Feci per avvicinarmi a lei ma ella mi abbracciò con una stretta da cobra e mi morse sul collo con le sue zanne.

Tuoni e fulmini e un cielo apocalittico in cui si potevano leggere tutte le leggende e le storie del male. Non feci più ritorno alla mia casa. Ora io e Florie ci aggiriamo nella notte misteriosa assetati di sangue umano.

_______________________

Sophie

Sophie indossava un vestito accattivante: un maglioncino blu su una camicetta gialla di seta e un gonnellino rosso sangue. I suoi occhi erano azzurri come l’oceano al mattino quando il sole incendia boschi e messe e dune di sabbia sferzate dal vento africano. Le labbra erano scarlatte, la sua voce suadente, il suo corpo era tenero e sodo: un seno largo, abbondante, una cintura scintillante nera le cingeva la vita stretta, scarpette bianche latte, dita affusolate inanellate d’oro e d’argento, forcine, riccioli, trecce, cosce albine, lentiggini in viso, e tutto il trucco un po’ eccessivo segnato da matite nere e eyeliner. Un viso egizio, esotico, asiatico, incerto, indefinito, una griglia di colori spumosi; un covo di vipere, un abisso…

Leggevo tutto questo ed altro nel corpo di Sophie e lascio al lettore immaginare quanto la mia fantasia fosse eccitata.

– Oggi fa davvero caldo, – disse Sophie sbottonandosi la camicetta.

– Sì, è vero.

– Siamo a giugno e già questo caldo luciferino! Speriamo che faccia fresco presto. Sono stufa di sudare.

– Anch’io cara Sophie non ne posso più.

– Hai da accendere?

– Tieni.

Sophie accese una sigaretta e fece una nuvola celeste di fumo.

– O caro Jean quanto ti amo!

– Lo so.

– Per me sei la cosa più bella e rara di questo mondo.

Le strizzai l’occhio e allungai una mano sulla sua. Le diedi un bacio profumato di dopobarba.

– O caro!

– O cara!

Rimanemmo così un ora, forse due eternità, avvinghiati l’uno all’altra come serpenti. Passarono le lune e gli anni, per così dire. Cupido sghignazzava come un mocciosetto rubicondo.

I capelli nero corvino di Sophie mi coprivano come l’ombra di un cipresso. Ero un’arida roccia di granito scuro e carbonizzato innaffiata da una fonte antica tutta d’oro.

– Come stiamo bene insieme non è vero Jean?

– Sì è una meraviglia, un dono di Dio.

– O Jean!

– Sophie!

– Però mi perdoni per ciò che ho fatto?

– Mhmm…

– O Jean!

– Forse sì.

Sophie accese un’altra sigaretta e mi starnutì in faccia.

– E che diamine Sophie!

– Scusami.

– Eh, si certo, scusami…

– Mi è scappato.

– Non lo rifare o ti uccido.

Sophie rideva a crepapelle e sputava. Era davvero un’indecenza. Poi si placò, e mi racconto una storiella.

– Quella volta vicino alla barca H mi diede un bacio favoloso. Era notte, sotto un portico. C’erano cicale, grilli e farfalle. Potevo udire il mare in lontananza e una brezza estiva mi accarezzava le ginocchia. C’erano però un mucchio di zanzare ed ero lì a grattarmi ripetutamente.

Io, caro lettore, cominciavo a ingelosirmi e volevo quasi strangolarla. Ma la furbetta cambiò subito argomento e depistò il mio pensiero addolcendolo con parole d’amore soavi e inenarrabili. Alastor era sparito.

Le baciai i piedini, la spogliai, e facemmo l’amore.

______________________

Ora nera

La notte era chiusa come uno scrigno. Un usignolo cantava lamentoso, il lampione era acceso, la strada illuminata da una folgore di luce gialla. Alcune macchine sfrecciavano. Un ronzio fastidioso, elettrico solcava l’aria fino a giungere al mio orecchio di tenebra. Pian piano il giorno sonnacchioso si svegliava dal suo De Profundis. Un’ossessione mi perseguitava, l’immagine di quella gozzoviglia di spiriti immondi, flora e fauna, e notte e luna e sole, e una statua di Dioniso.

Un grosso cancello arrugginito, alto, slanciato, barocco da far paura, era aperto. Entrai nella villa macabra, attraversai i vicoli bui lungo le siepi e mi sedetti ad una panchina nei pressi di una fontanella in marmo notturno azzurrino. Dopo che ebbi posato le mie cose, e tolti i miei occhiali, mi accasciai per riposarmi alla frescura di un pino desolato, isolato come un fantasma senza pace che fluttua sul fiume di Caronte. L’edera scura e il muschio, moscerini e margherite bianche e gialle e calabroni e api operaie che svolazzavano tutt’intorno mentre il sole dardeggiava rotto come da un prisma dai rami tetri e nodosi di una grossa quercia. Ero seppellito in un pezzo di boscaglia oscena.

Ebbi un’apparizione. Qualcosa mi parlò come un’ombra vaga e sinistra. Era donna Elvira.

– O caro quanto mi manchi!

Io cieco a quello incanto risposi.

– Cosa c’è che non va signora?

– Sono stanca, stanca di cercare amore. I vermi del rimpianto mi divorano l’anima, – e così dicendo ella sospirò.

– Signora, prego accomodatevi.

Ella sedette accanto a me. Aveva il viso pallido di una morta, e il corpo di marmo riluceva nella notte sacra. Un gufo cianciava. Improvvisamente donna Elvira mi baciò.

– Ma signora cosa fate?

– O caro Don Giovanni!

– Don Giovanni? Non conosco questo tizio. Chi è? Vi state sbagliando!

– No, non mi sbaglio, siete proprio voi.

– Se a voi piace così signora a me non dispiace.

Donna Elvira svanì soddisfatta tra le fratte. Ancora perplesso e smarrito riflettei sulle donne e quanto siano bizzarre. Poi sospirai e me n’andai nella fitta ombra dell’inferno rosso sangue.

O mistero, sudario di morte!

Trecce contorte come la testa di Medusa.

Alito cattivo e divino.

Piedino alato e scarpette rosse.

Paese dei balocchi. E piroette.

Son contento nell’ecatombe della parola che scorre.

Fiume del tempo sulfureo e bacchetta magica.

Langue il mio piccolo io.

Brucia la fiamma di una candela. Il mio cranio! Il mio cranio!

Sono sfranto di firmamento.

_________________________

Lettera a Emily

Ero con H e gli raccontai della lettera, ecco il contenuto:

Cara signorina, le confesso che sono stato letteralmente colpito dalla sua straordinaria poesia. Lei ha una dote rara, ed un istinto divino, per così dire, con cui sa cogliere tutte le sfumature invisibili della psicologia umana. Ogni volta che leggo una sua poesia rimango esterrefatto, abbacinato, introverso, chino in me stesso in un attimo di spleen. Le sue parole sono mari in tempesta – i suoni sono così soavi – i rimandi e i riflessi, gli echi indistinti differenti e indifferenti, le ambiguità mai oscene e pur tangibili… Oh quanta grazia è in lei signorina! Se solo potessi rivederla ancora e stringerla forte tra le mie braccia come quella volta, si ricorda? Venne un acquazzone mentre noi eravamo sotto un albero secolare altissimo, ricurvo e nodoso, ombroso, a sospirare parole d’amore distesi sul prato bagnato d’edera e di quadrifogli. Si ricorda quell’odore acre, fuggitivo, lussurioso, così estraneo – e raccapricciante? Quando lei mi lesse la sua poesia:

I’m Nobody! Who are you?

Are you – Nobody – too?

Then there’s a pair of us!

Don’t tell! they’d advertise – you know!

How dreary – to be – Somebody!

How public – like a Frog –

To tell one’s name – the livelong June –

To an admiring Bog!

(Poesia di Emily Dickinson).

O Emily, questi versi maledetti risuonano ancora nel mio cranio come dolce musica. Come le sono affine, quanto mi sento vicino a lei. Presto la rivedrò, ne sono certo – addio.

Con affetto

Jean

_____________________________

Vuoto amore

Modemoiselle Joséphine quella sera era incantevole. Indossava un abito lungo, con strascico a due punte, di crêpe di seta chiaro stampato con un disegno di strappi di Salvador Dalí. Il modello era completato da un velo da testa arricciato, decorato con ‘strappi’ di tessuto rosa e rosso cupo applicati a ricamo. A dirla tutta camminava per la stanza come una morta, un fantasma molto seducente e attraente. Ma io non ci facevo caso a quel pallore, né alle sue ossa scheletriche scricchiolanti, tanto era l’amore e la devozione che in quel frangente provavo per lei. Chi l’avesse vista a quell’ora vespertina agitarsi nel suo frenetico andirivieni ne sarebbe rimasto intirizzito, sbalordito e morso da una fitta stretta di vergogna, come se da un burrone profondo salisse su una tempesta di cieli blu, rossi, gialli e verdi. Un’orchestrina suonava un’allegra canzone di campagna. Ne arrivava l’effluvio mistico dal balcone aperto. L’aria di giugno era tiepida e raggiante ori rossi fiamminghi. Ah, che ogni parola è vana a descrivere quella immagine.

– Signorina si calmi! Perché tanto affanno?

– Vede, signor Jean, è per colpa del mio fidanzato. L’ho smarrito via facendo. E adesso non so più dove sia ed io non mi rammento neppure che aspetto aveva. Voglio dire… non ricordo se avesse il vestito bianco o quello nero.

– Lei è tutta trafelata e sudata. Cosa dice? La trovo assente. Non ascolta cosa sta dicendo? Forse le si è annebbiata la mente? Così mi fa preoccupare!

– E’ pur vero che è il fidanzato di appena un giorno. Ma dove l’avrò perso?

Le presi un braccio e la trascinai a letto. La spogliai, osservai con cura la linea barocca del suo corpo sodo e inebriante. Ne inalai il profumo fin dentro le narici. Espirai come se avessi una sigaretta. Pensai, sognai, chissà per quante eternità. Poi abbassai lo sguardo su quella statua venerea. Gli sguardi scintillavano, le membra si contorcevano. I suoi capelli, ora neri, ora a tratti biondi, a volte rossi, poi castani, e violetti, e nuovamente neri, più neri del sangue, mi avevano incastrato in un sudario di morte e di dolore inesprimibile. Oh quanta foga avevo in corpo, quanta lussuria allo champagne. Quello doveva essere un demonio, sì proprio un demonio di donna.

– Lo sa, lei è tanto bella!

– Non parlare Jean.

– Le voglio dare un pizzicotto sul seno.

– Ahi! … Ma che fai?

– Mi scusi tanto, signorina Joséphine. Ma vede non sono molti i momenti tanto belli come questi. Così ne approfitterò.

Lei si dimenava come una serpe, ma poi, dopo ripetuti colpi e mosse, si placò. Ansimava come un pesce fuor d’acqua. Le accarezzavo i capelli, i piedi, i polpacci, le rosee cosce, seguendo tutta la logica dell’amore finché me la ripassai tutta a memoria. Poi rinvenne.

– Chi è lei? – disse.

– Ma signorina, sono io, Jean!

– Non la conosco. Come ha fatto, come ha potuto farlo!

Perse nuovamente la testa.

– Oh, il mio fidanzato, dove sarà?

– Joséphine stai delirando. Sono qui – dissi.

– Ah Jean quanto ti amo!

Si fece notte. Una fontanella scrosciava, le stelle in cielo erano come lucciole luccicanti. All’alba il fantasma svanì.

______________

Inchiostro

Mi svegliai quella mattina con la voglia di urlare come un pazzo. Il giorno prima avevo letto I canti di Maldoror del Conte di Lautréamont. Avevo la mente in subbuglio, piena di capodogli, pescecani, pellicani, granchi rossi, marosi, catene montuose, proboscidi di elefanti, rospi, ranocchie, rottami di ferro, tronchi d’albero tarlati, foglie secche e ingiallite, paesaggi crepuscolari, rumori di ogni specie, cantici di uccelli, usignoli, passeri, sparvieri, aquile, pidocchi, soldati, cavalieri provenzali, pitali fetidi. Un cumulo di cose ammonticchiate l’una sull’altra, una valanga di delirio, uno spettro terrificante, rivangava il mio cervello.

Mi aggiravo per casa come un fantasma senza requie. Avevo voglia di vomitare. M’informai sull’andamento della guerra tra i rossi e i neri. La faccenda continuava, l’invasione avanzava, e la propaganda politica pervadeva ogni meandro della città: strade, campagne, supermercati, chiacchiericcio giornaliero. Mi sembrava di essere in guerra: un soldato provenzale, un normanno. Ero Don Chisciotte contro i mulini a vento.

Mi imposi di fare qualcosa. Si dice che in queste circostanza, in tali stati parossistici e nervosi, la migliore cosa da fare sarebbe uscire in strada e camminare a zonzo. Si era di giugno e faceva un caldo cane. Caronte era arrivato. Si aspettava Lucifero in persona. Ebbene presi la risoluzione di non uscire, almeno non prima delle dieci di mattina, quando la città è già aperta alla sua vita quotidiana e il tempo si è svolto nel suo mantello di velluto allucinante, scabro e apparentemente tranquillo. L’ora in cui non ci si saluta, si passeggia con indifferenza contemplando la morte all’angolo di ogni vicolo e all’ombra del tutto. Così provai a scrivere un racconto, una storia breve, uno sfogo, un modo di spremere il pus orofiammante dell’immonda vita di città.

Il mattino si era appena risvegliato al canto ossessivo di un’upupa. Le macchine cominciavano a ronfare, i camion a scatarrare, l’ascensore a sferragliare, la gente a chiacchierare in maniera sguaiata. I chiavistelli si aprivano, la porta della tomba cigolava, la storia cominciava.

– Anche oggi è una giornata strana non è vero signor H? La mia mente vola altrove e s’immagina pendii scoscesi di rose e scogliere sferzate da marosi. Tempeste di sabbia. Cosa ci fa qui, a quest’ora in casa mia?

– Ma mi hai chiamato tu. Sono stato or ora chiamato da te per scrivere una storia.

– Ah sì, ricordo signor H. Ma vede… non mi riesce. Aspetti un po’, adesso mi sforzo. Ecco sto spremendo le meningi. Di cosa potrei parlare? Un tema qualsiasi, un leitmotif d’occasione mi garberebbe. Ma non mi viene niente.

– Può parlare di filosofia. Oppure perché non inventa una storia del terrore? -, disse H grattandosi la nuca.

– A dir la verità non ho proprio voglia di scrivere. Vediamo: c’è un omicidio irrisolto. La polizia non trova il colpevole. Non ci sono moventi, prove, testimoni. Sembra il classico omicidio perfetto o qualcosa di assurdo come il racconto di Poe: I delitti della Rue Morgue . Sì senza dubbio è stato un Orangutan ad ammazzare la donna e la figlia. Ma non ho più voglia di raccontare una storia. Proviamo con una poesia.

Nel tuo pallore

Io vedo l’ombra del pitale

Il lezzo è tutto sparso

Come l’oro di una carrozza

E’ Cenerentola che va al ballo.

Il cuore batte forte. Ci sarà gran festa.

L’orco sorriderà. Mangiafuoco! Mangiafuoco!

Il gabbiano vola,

Il mare geme

L’assorta campagna scintilla di verzura: violaciocche, camelie, gigli, garofani, orchidee.

Una conchiglia s’apre. E’ Venere. La bella appare nuda.

I cavalli nitriscono nella bufera. Tuoni e lampi. Il cavaliere senza testa falcia teste di uomini a dritta e a manca nella terra di nessuno.

C’è un libro in terra, sepolto nella sabbia. E’ il Necronomicon.

La tenebra, l’ape operaia, la farfalla, e bolle di sapone.

Una cattedrale gotica sfasciata mi da beatitudine.

Il papavero rosso vermiglia.