Racconti e frammenti di vita

La bellezza dei pazzi

Mi svegliai nel reparto di psichiatria legato al letto con la camicia di forza e chiuso a chiave. Affianco a me il dottor C. mi diede un’occhiata torva e poi mi disse:- Sei tutto scassato. Io mi sentii umiliato mentre il mio corpo riprendeva lena. Mi guardai attorno, sollevai la testa. Alla mia destra notai subito una flebo con dentro del tavor che mi gocciolava nelle vene del braccio. L’ago era ben ficcato nel braccio e tenuto fermo con del cerotto. Nella stanza vi erano altre tre persone insieme a me, ognuna adagiata nel suo letto; altre ancora: medici, pazienti di altre stanze, infermieri, vociavano. Potevo dedurre che i degenti miei camerati avevano patologie diverse dalla mia. Di fronte a me c’era senza ombra di dubbio un depresso catatonico, sul lato destro in fondo uno schizofrenico che parlava ad alta voce con Dio e alla mia destra un signore dall’aspetto ombroso perso in un dolce sonno di morte. Notai che aveva le unghie dei piedi lunghe e sporche come quelle di un cavernicolo. L’intonaco della stanza era di un bianco sporco, a tratti ammuffito e giallognolo. Sul muro sinistro si stagliavano due finestroni con la serranda mezza abbassata e chiusi a chiave. Affianco a ciascun letto vi era poi il comodino celeste. Contro la parete destra, dove si apriva la porta della stanza che dava sul corridoio del reparto, c’era invece il grosso armadio pieno di valigie e vestiti messi un po’ alla rinfusa. Ero vestito come il giorno prima, quando fui prelevato dalla polizia in strada per ubriachezza molesta. Ricordo di aver bevuto diversi bicchieri di whisky per affogare l’angoscia; ma il whisky affogò me e persi il controllo. Cominciai a cadere per terra di qua e di là, avevo anche le allucinazioni, parlavo a vanvera, e tutte le stelle della notte mi ruotavano intorno; in più vi era quella rabbia pazzesca, irrefrenabile che erompeva dal mio cervello con urla disumane. Ad un tratto scorsi alcune facce, dei fantasmi, poi le luci elettriche dell’ambulanza e il poliziotto che m’intimava di calmarmi. Ma io mi gettai contro di lui il quale con un’abile mossa scansò il mio corpo, e m’immobilizzò a terra con il mio braccio dietro la spalla. Allora fui caricato sull’ambulanza, legato per benino con le cinghie, e portato via in ospedale. Mentre mi caricavano sulla barella ebbi il tempo di notare le facce da pesce degli astanti, i condomini che erano scesi in strada per godersi lo spettacolo. Poi mi hanno somministrato i neurolettici e ho perso conoscenza.
Essere chiusi a chiave in un reparto psichiatrico non è una bella cosa soprattutto quando la permanenza in quel purgatorio di anime in pena dura fino a un mese o più. Io me la cavavo con quindici, massimo venti giorni. In tutto il reparto c’erano all’incirca sei o sette stanze, compreso il bagno dove ci si faceva la doccia. Ogni stanza aveva comunque il suo bagno. Ricordo che un ragazzo paranoico aveva stabilito nel nostro la sua dimora. Spesso veniva la psichiatra di turno per sollecitarlo ad uscire di lì. Ma niente, era il suo eremo. A me stava bene così, avevo altro a cui pensare; o meglio ero talmente strafatto di antipsicotici e di benzodiazepine che mi sembrava tutto normale, anche il ragazzo che nel corridoio con un accesso di rabbia rompeva una porta e si armava con una scheggia di legno oppure la vecchia anziana che prendeva per il collo l’infermiera. Questi sono soltanto alcuni dei ricordi che adesso mi tornano in mente delle mie vacanze forzate in psichiatria. Il castigo di questi atti era il più delle volte, come potete immaginare, la camicia di forza e un alto dosaggio di psicofarmaci.
Ogni giorno dovevamo andare a rapporto dallo psichiatra che ci aspettava in una stanzetta in penombra dietro la scrivania con quegli occhi da inquisitore. Ci si sentiva intimoriti come in un processo criminale; naturalmente i colpevoli eravamo noi.
«Come ti senti oggi?» chiedeva il dottor C.
«Prego mi dia del lei» ribattevo.
«Qui possiamo darci del tu.»
«No, mi dia del lei.»
«Mi dica cosa è successo.»
«Ieri ho litigato con Tizio, poi mi sono sbronzato. E poi ho visto i miei genitori trasformarsi in due creature infernali.»
Dopo aver sventato un’epatite fulminante a causa di un eccessivo dosaggio di antipsicotici nocivi al mio fegato, mi fu cambiata la terapia e dovetti quella volta stare in osservazione in reparto per altri dieci giorni. Per uno come me che ama la libertà un solo giorno in più in psichiatria è l’apocalisse. Non mi piace essere maneggiato dagli infermieri, rimanere immobile per ore a letto per una o due flebo consecutive, oppure soltanto perché così richiede la prassi. «Altri tre giorni, e se ti comporti bene sei libero». Così si è costretti anche ad aspettare quei ‘cinque minuti’ quando si vuole parlare con un dottore per chiedergli quando uscirò da quell’incubo.
Nel reparto psichiatrico le giornate sono lunghe, il tempo si ferma. Si passeggia per ore ed ore interminabili lungo il corridoio che affaccia sulla stanzetta in cui gli infermieri ci somministrano i farmaci a turno. Siamo in otto o nove persone, forse di più. Ad ognuno viene dato un bicchierino di plastica con dentro il farmaco insieme a pillole di diverso colore e grandezza. Poi si fuma molto. Giù in fondo al corridoio, la sala da pranzo è anche la sala dei fumatori. A colazione ci danno marmellata di prugne, di pesca, o di fragola, fette biscottate… C’è chi fa colazione con il tè, chi con il latte macchiato. A pranzo si mangia alle dodici e nel pomeriggio ci danno da mangiare dei panini con la frittata, con prosciutto e formaggio o con prosciutto e mozzarella. Io prendo sempre prosciutto e mozzarella. Pochi sono i pazienti che hanno diritto ad uscire per circa un quarto d’ora dal reparto per andare a comprare un gelato o un dolce al bar dell’ospedale. Questa breve libertà è permessa a chi deve scontare la pena psichiatrica per altri due o tre giorni.
Ebbene come dicevo, mi trovavo in questo carcere già da una settimana e le membra cominciavano a liquefarsi come stagno fuso. Il cervello era oro colato che scintillava in un aroma diffuso nell’aria fatta di allucinazioni e sensazioni terrificanti. Gli attacchi di panico non mancavano, subito sedati con quaranta gocce di valium. Gli interrogatori continuavano regolarmente. Arrivavano le visite dei parenti sia la mattina intorno alle undici-mezzogiorno che la sera verso le sette. Alle nove si doveva rigorosamente andare a dormire dopo aver preso la dose di psicofarmaci, la così detta terapia.
Il passatempo era scroccare le sigarette e fumare. Io non ero un fumatore incallito eppure nel reparto quella era una distrazione sufficiente a fugare la noia e l’orrore del carcere.
Ricordo quella volta quando ero seduto vicino ad una matta che fumava. Era una bella ragazza sui venticinque. Io potevo avere ventitré anni. Era notte. Tutti dormivano. Scesi dal letto, inforcai le pantofole, e mi diressi in pigiama al termine del corridoio. La ragazza era lì seduta sulla sedia di legno. Un raggio di luna la illuminava appena. La vedevo dondolarsi come al suono di una melodia invisibile. Era così graziosa e bella, tanto amabile, che mi avvicinai a lei, presi una sedia anch’io e le sedetti accanto. Era in pigiama e dondolava le gambe. La ragazza era magra, capelli lunghi castani ed aveva una faccia vissuta da popolana, come dire, un po’ volgare ma attraente. Mi azzardai a chiederle una sigaretta. E lei mi passò una Marlboro senza dirmi niente. Io la presi, e l’accesi godendomi quello spettacolo. Il solo stare in silenzio vicino a lei a fumare mi faceva sentire bene. Eravamo nella stessa gabbia e ci sentivamo come fratello e sorella, anzi come due innamorati.
La ragazza appena descritta aveva una patologia psichiatrica più grave della mia. Non era di certo schizofrenica, non così gravissima intendo dire, ma avevo notato in lei il destino segnato per sempre. La sua bellezza era ormai sfregiata.
Quando uscii dall’ospedale, le telefonai la settimana successiva. La centralinista me la passò e io le dissi che ero contento di sentire la sua voce e che speravo di rivederla un giorno.
Credo di averla riconosciuta qualche anno fa in una mensa della Caritas. Per un periodo ho fatto volontariato alla Caritas per dare da mangiare agli immigrati e ai senzatetto. Ebbene sulle prime non l’ho notata. Mentre servivo da mangiare a un nigeriano vidi con la coda dell’occhio entrare dalla porta principale una vecchietta briosa. Aveva perso tutti i denti. A guardarla bene in faccia poteva avere sessanta-settant’anni. Lei non prese niente da mangiare e continuava a fissarmi con aria compiaciuta dalla terza fila in fondo dei posti a sedere. Improvvisamente la riconobbi. Nonostante la faccia distrutta, la bellezza brillava ancora nei suoi occhi.

__________________

Cane zoppo

Tutte le mattine mi sveglio alle sette in punto. Prendo una capsula di Lyrica da 150 milligrammi, quindici gocce di Trittico e trenta di Xanax. Poi faccio colazione con un caffè. Mi do una sciacquata alla faccia e torno in camera mia a pensare se leggere un libro oppure aspettare le dieci e uscire a fare una passeggiata. La cosa che odio di più è fare la spesa al supermercato.
Quella mattina decisi di fare una passeggiata. Quando scesi giù in strada faceva un gran caldo e appena svoltai l’angolo mi tolsi la mascherina dalla bocca e la infilai al braccio destro. Mi diressi verso il centro della città. La maggior parte della gente camminava con lo smartphone in mano senza guardare avanti. Alcuni vecchi parlavano di cose ordinarie a cui non prestavo attenzione. Arrivai al corso principale del vialone e mi sedetti su una panchina. Cacciai anch’io il mio iPhone dal borsello che avevo con me e cominciai a dare un’occhiata alle notifiche di Facebook. Notai alcuni like alle mie immagini e ne diedi alcuni ai miei friends. Poi lessi le notizie del tg riguardanti la guerra tra Russia e Ucraina.
Mai come quel giorno mi ero sentito tanto solo in vita mia. Non avevo un amico né una fidanzata e a quarantanove anni mi trovavo in una situazione disperata. Non ho mai lavorato. Non mi è mai piaciuto lavorare. Ripensai a quella volta quando un anno prima avevo tentato un approccio con un paio di studentesse universitarie che giocavano a farsi i selfie.
«Potresti essere mio padre» fu la risposta.
Io abbastanza contrariato, e un po’ perplesso, lasciai perdere. Ebbi una fitta al cuore. Eppure ne avevo ricevuti tanti di No in vita mia da parte delle donne. Ma quando si è giovani è anche piacevole ricevere dei No che infiammano gli ardori e i sogni romantici.
Ad un certo punto mi alzai in piedi e mi rimisi a camminare lungo il viale alberato. Raggiunsi la fontanella e tirai giù un paio di sorsi d’acqua fresca. ‘Ah, se avessi un’amica’ pensavo tra me e me.
Se avessi avuto una nuova amante avrei potuto godere nuovamente del magnifico spettacolo delle stelle notturne o di un chiaro di luna magico. Avrei potuto fare l’amore…
E invece cane rognoso e zoppo ogni mattina vado in giro gironzolando sempre per le stesse monotone strade e stradine in cerca di un tozzo di pane umano. Le macchine corrono, le donne neppure ti notano.
E’ da una oretta che cammino e la caviglia destra comincia a farmi male così torno a casa. ‘Che fare?’. E’ quasi l’una. Decido di mettermi a cucinare. Carne di bovino adulto fette sceltissime e penne al pomodoro. Una mozzarella e per finire una banana. Lavo i piatti e torno in camera mia a distendermi sul letto. Poi torno in cucina, prendo una capsula di Lyrica da 150 milligrammi, quindici gocce di Trittico e trenta di Xanax.
E’ pomeriggio e ti senti come un criceto in gabbia o un topo in trappola. Il gatto è il tempo che scorre come un cappio al collo. Provo a leggere qualcosa, I paradisi artificiali di Charles Baudelaire. Mi viene una gran voglia di bere del vino. ‘Ah, se avessi un’amica’ continuo a ripetermi ossessivamente. ‘E se andassi dalla Cubana?… No lasciamo perdere. Ci andrò forse il prossimo mese.’
Il nervosismo pietrificato si spacca in lacrime.
Si è fatta notte, sono le 22.30. Prendo una capsula di Lyrica da 150 milligrammi, quindici gocce di Trittico e trenta di Xanax. Poi aspetto finché mi addormento.

______________________

Una passeggiata

E’ estate. Sono le 10 del mattino. Scendo in strada a fare una passeggiata. 31° sotto il sole. Vado in villa comunale.
Il cancello è aperto. Entro, respiro per un attimo l’aria chiusa e stantia della pineta, tossisco, e procedo avanti. Sotto i raggi del sole filtrati dai grossi rami di un tiglio una nuvola di moscerini si agita freneticamente. Cambio direzione e mi dirigo verso il campo da tennis. Due ragazzi stanno giocando. Mi fermo all’ombra di un cedro e mi siedo su una panchina. Mi osservo intorno. Sul lato destro, sulla rotonda, c’è un uomo in disparte con una camicetta a maniche corte bianca e rossa. Ha lo sguardo perso nel vuoto. Mi alzo e vado alla fontanella a bere un sorso d’acqua. Non so cosa fare, così riprendo a camminare lungo la siepe. Lungo il cammino osservo alcuni tipi di fiori situati nelle diverse aiuole, margherite bianche e gialle ed alberi: cedri del Libano, eleganti cipressi, alberi di Giuda, odorosi tigli, allori, ailanti, abeti rossi, ippocastani, laurocerasi, olmi e sofore…
Stanco di camminare nella villa, do un’occhiata alla statua di Dioniso ed esco. Il sole è raggiante. Alcune donne in tuta fanno jogging. Un uomo anziano passa in bicicletta. Mi dirigo in centro. Incrocio ombre di uomini oblunghe.
Ed eccomi in camera mia a scrivere una lettera.

Cara mamma,
mi sento tanto solo. La vita si fa sempre più dura e a volte mi sembra di morire oppure che forse sono già morto e mi trovo sperduto in qualche mondo parallelo a scontare una pena ingiusta. Soffro molto. Non ho più amici e M. mi ha lasciato subito dopo l’incidente stradale. Le mattine sono tutte uguali. Zoppico, e non ho neppure la macchina per andare a rilassarmi in qualche posto lontano dal mondo. Mi piacerebbe andare al mare, ma non ho più la patente. Ti penso sempre.

Gianluca.

Dopo aver scritto sul foglio bianco la parola mare mi sono tornati in mente una folla di bei ricordi d’infanzia di quando avevo circa 14 anni. Ricordo che conobbi una ragazza, L. di cui mi ero innamorato perdutamente. Fu certo un amore platonico il mio. Tutte le mattine facevamo il bagno in spiaggia e ci tuffavamo dagli scogli. Poi quando lo voleva lei, la portavo a largo con il canotto. L. aveva 12 anni. Quella sera fu straziante, quando mi disse che sarebbe andata via il 31 di luglio e che non l’avrei rivista mai più. Era una notte di fiaba. Io guidavo la graziella rossa e lei era all’impiedi dietro di me con le mani appoggiate sulle mie spalle. Volevo dirle che l’amavo ma non ne ebbi il coraggio. Sentivo che lei aspettava che le parole d’amore uscissero dalla mia bocca. Ma niente, ero troppo timido. Quando partì fu per me un colpo da cui mi ripresi soltanto dopo alcuni anni. Ebbi anche altri amori al mare ma questo fu quello più importante. LA RIVELAZIONE!

___________________

Distruggere il nulla

Vorrei fare l’eremita ma non sono affatto ricco per permettermi uno chalet in montagna. Sono costretto a vivere in una piccola città di provincia pervasa di tecnologia, come del resto tutte le altre città del mondo. Mi sembra che ovunque vada: una passeggiata all’aria aperta, una gita in montagna o al mare, mi trovi sempre in uno stato di libertà vigilata. Il mondo si è omologato. Questo pensiero mi consola perciò questa sera invece di uscire a prendere aria in città in mezzo ad una folla anonima di gente decido di rimanere a casa a scrivere un racconto. Il ventilatore è il mio solo compagno di stanza. Perdere tempo a vedere il solito film in streaming non se ne parla. Do un’occhiata a Facebook riflettendo sulle opere di alcuni artisti miei friends. Mi chiedo come se la passano loro, e da dove prendono l’ispirazione. Io sono costretto a conquistarmela questa ispirazione, con grossa fatica. Mi accorgo che il mondo è una bomba ad orologeria. Ed è appena cominciata la terza guerra mondiale. Cerco con tutte le forze di sottrarmi alla inesorabile spirale del Maelström.
Sì è ormai fatta sera e non ho neppure voglia di chattare con Mariella, la mia amica virtuale di Firenze. Dico virtuale perché non ho ancora avuto l’occasione di incontrarla fisicamente. Ci siamo sentiti soltanto al cellulare. Certo, è una bella donna. Ma vive a Firenze. Provo a inventarmi qualcosa di diverso. Ascolto un po’ di musica ma spengo subito. La città sorniona e sonnacchiosa che stanca del lavoro giornaliero comincia a chiudersi a riccio mi dà un senso di oppressione. ‘E’ mai possibile che nessuno più vuole vivere?’ penso. E’ un pensiero assurdo ma è così. Lì fuori c’è la brezza estiva, ci sono le zanzare e gli insetti che pungono, i pipistrelli che squittiscono, la luna, le stelle, le costellazioni, le galassie, sogni romantici che attendono di essere risvegliati, albe e aurore non ancora dischiuse. Penso a come sarebbe bello a quest’ora essere sulla spiaggia ad osservare gli ultimi ombrelloni che si chiudono mentre un bambino con una piccola canna da pesca in mano si illude ancora di pescare qualche pesciolino sotto gli scogli sulla riva.
Bisogna rassegnarsi. La vita si è ritirata come la bassa marea e intanto io gioco con le parole come fossero granchiolini rossi.
Sono trascorsi 3 anni dall’inizio della pandemia da COVID-19. L’agorafobia comincia ad essere invalidante. Esco troppo poco e non ho più relazioni umane eccetto quelle virtuali dei social. E’ tempo di darsi una mossa.
Ho deciso che questa estate a luglio andrò da solo al mare a Termoli. Due ore e trenta minuti andata e ritorno con l’autobus. Mi basta vedere il mare di tanto in tanto già soltanto per una mezz’ora per sentirmi vivo. Inoltre è una sfida con me stesso. Un cane zoppo che va a godersi il mare.
E’ quasi notte, una rondine garrisce, passa una macchina poi silenzio assoluto.

________________________

Cane e gatto

Brown era un pastore scozzese dall’animo nobile. Era un cane vecchio e zoppo ma aveva un’aria fiera e sollecita come il cane Argo di Ulisse. Era il custode del quartiere e vigilava su noi ragazzi. Sapeva giocare bene a calcio, meglio di tanti altri ragazzi. Noi ragazzi utilizzavamo gambe e testa invece lui il muso; e si divertiva molto, tanto che abbaiava forte quando giocavamo.
Tra i tanti ricordi di Brown ne ho uno magico. Era un inverno molto freddo e c’era la neve alta. Fuori, in strada, faceva bufera e ci si vedeva appena. A quel tempo ero già un bambino cresciutello ma credevo ancora alla Befana. Brown dormiva acciambellato sul tappeto sotto il portico del palazzo di fronte dei miei amici. Presi una salsiccia, mi affacciai al balcone, lo chiamai, e gliela tirai. Ero molto felice di aver fatto un gesto simile.
Un giorno Brown venne catturato dagli accalappiacani. Eravamo tutti sconvolti perché gli eravamo affezionati e gli volevamo bene, tanto che una signora pagò il riscatto e non fu soppresso.
Brown era diventato vecchio. Non voleva più giocare.

Dato che ho parlato del nostro cane, adesso vi parlo del mio gatto. Si chiamava Mau ed era bianco e tigrato. Era il mio compagno di giochi e genio incantatore. Gli insegnai a giocare a nascondino. Per la verità ero io che improvvisamente lo chiamavo e mi nascondevo dietro una porta finché Mau cominciava a miagolare in maniera disperata. Quando vedeva un passerotto zampettare sul balcone impazziva dalla voglia di prenderlo e di giocarci. E una volta non so come ne catturò uno. Tutte le volte che ero a casa lui era sempre con me. La notte d’inverno lo utilizzavo come scaldapiedi e durante il giorno quando studiavo mi fissava con occhi misteriosi. Se ero malato e avevo l’influenza dormiva accanto a me finché non mi rimettevo. Era abilissimo nei salti. Saltava fino ad oltre due metri di altezza, da terra. Forse esagero ma cerco di rendere l’idea. Come tutti i gatti si affilava le unghie delle zampe in poltrona, marcava il territorio e quando giocava faceva la gobba. Era bravissimo a parare la pallina da ping pong. Ci teneva alla pulizia e passava ore a leccarsi. Mangiava croccantini e Whiskas ma il suo piatto preferito era la Simmenthal.

__________________________

Henry non lo avrebbe mai fatto

Quella mattina mi alzai sul far dell’alba. Era estate. Accesi il ventilatore ed andai in cucina a preparami il caffè. Fatta colazione tornai in camera mia e lessi Le nevi del Kilimangiaro di Hemingway.
Alle 08:20 uscii a fare una passeggiata. La città era quasi deserta perché era domenica. Con molta stanchezza arrivai al corso alberato. Mi sedetti su una panchina per lasciarmi accarezzare da quel poco di brezza che spirava. Un vecchio era seduto di fronte a me all’altro capo della strada su un muretto.
Preso dalla nausea e da un accesso di depressione, mi alzai in piedi e proseguii sul lato sinistro. I negozi erano tutti chiusi tranne i bar. I chioschi erano deserti. Stranamente tre edicole erano aperte. Le riviste e i giornali esposti trasudavano il vuoto.
Arrivai alla stazione dei treni. Ebbi l’impulso di prendere il primo treno per chissà dove. Poi proseguii fino al carcere. Tutte le finestre erano aperte. Diedi un’occhiata giù al grande fossato di cemento circondato dalle alte sbarre di alluminio.
Tornato a casa mi sdraiai sul letto e mi addormentai.

______________

Rabbia

«Nella vita conta la legge del più forte» disse H.
«E’ un’inesorabile verità» rispose N.
«C’è da stabilire se è possibile vincere se stessi nei momenti più difficili quando non ce la fai più» disse H.
«Non lo so» rispose N.
«La mia ragazza mi ha lasciato» disse H.
«Mi dispiace» rispose N.
«E’ una cagna!» disse H.
Era un pomeriggio d’estate e H bevve il suo caffè. Poi si preparò un sandwich con la marmellata di amarene. La solita depressione cominciava a perseguitarlo. Era una sensazione tetra che saliva dall’abisso. Era la rabbia che montava. H doveva fare qualcosa per soffocare quella sensazione. Dentro di sé ripensava alla sua ex fidanzata e a quanto fosse stupida e crudele. Lo aveva lasciato dopo l’incidente stradale. ‘E’ una codarda’ continuò a pensare.
H si contorceva nel suo letto come un verme calpestato. Ad un certo punto non sopportò più il dolore e prese 40 gocce di Xanax. Stranamente quel giorno, come del resto quasi tutti i giorni, si sentiva forte, lucido, pronto a scrivere un bel racconto oppure a leggere un romanzo. Avrebbe potuto facilmente fare a meno di amici o di donne. Avrebbe potuto impiegare la sua mente per creare qualcosa. Ma nonostante ciò quella cagna che si dimenava rabbiosa nel suo cervello non gli dava pace così scelse l’unica soluzione possibile, quella di prendere l’ansiolitico. H sapeva che forse quella sensazione sarebbe durata per altri due giorni, forse tre o quattro, oppure sarebbe svanita il giorno successivo.
Si fece sera, H scrisse due righe. Abbozzò una specie di racconto soltanto per dimostrare a se stesso che il più forte era lui; un racconto scabro. Non c’era altro da fare che accettare la situazione e aspettare.

__________________________

Breve discorso sull’arte contemporanea

«Che significa per te scrivere?» disse N.
«Parlare della vita con parole semplici» disse H.
«Ti piace come scrive Hemingway?»
«No, affatto. E’ troppo descrittivo, troppo tecnico. E’ una barba.»
«Qual è il tuo scrittore preferito?»
«Be’ ce ne sono tanti. Uno di questi è Guy de Maupassant. Lui si che sa scrivere. Ti fa intuire subito ciò di cui sta parlando. Anche Bukowski è un poeta come lo è John Fante. Jack London mi piace meno. Ci tiene troppo al suo ego.»
«Cosa intendi dire?».
«Quello che dice Robert Walser, lo scrittore svizzero, nel suo racconto La passeggiata. Non bisogna fare altro che osservare e lasciarsi travolgere dalle impressioni della vita. Tutto parte da una emozione o da un’idea oppure da una serie di esperienze. Basta un evento casuale che ci colpisce o ci ferisce; che nel bene o nel male ci procuri gioia o piacere. L’essenziale è raccontare qualcosa che riguardi anche il lettore. Per esempio a tutti, immagino, piace l’ebbrezza dei fiori. Ognuno ha i suoi momenti di ebbrezza. Ecco bisogna saper mettere su carta questi momenti vissuti. Conta poco il luogo, il periodo storico, l’evento storico e il fatto descritto nei minimi dettagli – come per esempio fa Hemingway quando parla del Bosforo oppure dell’Austria o della guerra contro i fascisti. Questi sono fatti secondari e non devono fare da cornice altrimenti il lettore viene soffocato. A meno che non si abbia quella abilità di saper dire e comunicare le cose con semplicità. E’ in corso una battaglia contro gli Austriaci? Bene, caro Hemingway falla breve. Parlami pure del soldato sbudellato in trincea ma alleggerisci la trama storica. Sfoltisci di più. Prendiamo Viaggio al termine della notte di Céline. Il romanzo è molto chiaro. Entri subito nel gioco delle parti. Le pallottole che fischiano nel bosco…»
«Perché tanto astio?»
«Perché certi scrittori ti offuscano le idee.»
«Qual è il ruolo della letteratura oggi secondo te?»
«Quello di sempre. Il capitalismo è marcio? C’è la pandemia da COVID-19? La guerra tra Russia e Ucraina? La terza guerra mondiale? Il nichilismo storico? Bene, o ti arrendi oppure continui a scrivere la verità.»
«Ma tutta l’arte contemporanea è nichilistica e ha fatto il suo tempo.»
«Non so risponderti. Non credo. Io sono ancora vivo e ho voglia di esprimermi. E il bisogno di arte è ancora forte in me. Arte e libertà. Arte e vita. La vita come forma artistica. La parvenza del fenomeno in quanto vita esclusa la cosa in sé kantiana. Non esiste una cosa in sé. Non c’è una verità storica assoluta. Dio non esiste. Esiste soltanto il proprio SE che diviene. E allora continuiamo a fare arte nonostante le mille difficoltà, nonostante l’Urlo di Munch, per così dire.»

__________________________

Breve osservazione sulla visual digital art

Dicono che passeggiare fa bene, soprattutto per gli scrittori e le persone creative. C’è chi sostiene che la vita è là fuori in attesa di essere sorpresa nella sua nuda e cruda verità. Bene, in questi giorni sono depresso e non ho alcuna voglia di fare una passeggiata.
Prendo un Lyrica da 150 milligrammi e mi preparo una tazza di caffè. Poi accendo il ventilatore e mi siedo davanti al PC a scrivere qualcosa. C’è un caldo umido e non si respira. Mi osservo intorno. La mia camera è una sorta di emporio di oggetti messi alla rinfusa sulla lunga scrivania orizzontale e sulla alta libreria verticale. Per lo più ci sono libri di vario genere letterario. Tra gli oggetti ne cito soltanto due. Il primo che mi salta all’occhio sono gli Ancien Tarot de Marseille; la scatola delle carte è di un blu scuro. Il secondo oggetto è un piccolo Buddha di legno intarsiato proprio di fronte a me, che mi sorride, poggiato sulla terza mensola della libreria. In ogni caso non credo affatto nel buddhismo.
Durante la notte ho fatto soltanto incubi. Ho sognato la mia ex ragazza che proprio nel più bello mi tradiva tra una folla di gente spettrale. Mi sentivo ridicolizzato perché tutti quei fantasmi da baraccone macabro mi sorridevano alle spalle. Poi la scena è cambiata. «Senti, di’ al tuo amico di spostare la macchina» mi diceva un uomo che era saltato fuori da un anfratto.
Continuo a sudare. Non ho voglia di far niente, nemmeno di scrivere. L’alternativa sarebbe quella di rimettersi a letto e dormire tutto il giorno finché questa maledetta canicola finisce.
Devo comprare uno smartphone. Ho ordinato in un negozio al centro commerciale il SAMSUNG Galaxy S22 Ultra 5G 512 GB 12 GB RAM bianco. Dovrebbe arrivare questa settimana.
Non è per vantarmi ma questo SAMSUNG Galaxy S22 Ultra 5G 512 GB 12 GB RAM mi servirà per dedicarmi alla visual digital art. Scatterò le mie foto e le ritoccherò con una serie di app che ho già individuato e che girano su sistema operativo Android. Una di queste per esempio è Glitch Lab con cui è possibile appunto dare un effetto glitch ad una immagine.
Potrei adesso aprire una discussione sulla mia concezione della visual digital art ma non lo faccio perché fa troppo caldo e ho le idee confuse. Ah, non vedo l’ora che torni il fresco! Però posso provare ad accennare qualcosa.
Non sono un professionista e confesso che non so neppure come si usano le macchine fotografiche tradizionali o come funzionano e sono del tutto ignorante sull’argomento. Non ho alcuna cognizione di fotografia. Ignoro quale sia il modo di lavorare di un fotografo professionista. E sinceramente non m’interessa neppure saperlo (per la verità m’interessa e come infatti sto cercando di studiare nel mio piccolo l’argomento da autodidatta per ottenere le informazioni di base su tutto ciò che riguarda il mondo della fotografia – la contraddizione fa parte del mio essere; tutti gli spiriti creativi sono contraddittori). Mi atteggio come un bambino. Ho un cellulare che fa le foto? Bene, faccio i miei scatti e m’impratichisco con prove e controprove dopodiché aggiungo gli effetti di doppia esposizione, cromatici, specchio eccetera. So soltanto che è importante fare un buono scatto e poi avere la giusta fantasia, e non solo, anche la cultura, per realizzare un’opera visiva. Non m’interessa l’astrattismo per così dire e neppure un simbolismo di genere tanto meno uno improvvisato – sono contrario al concetto tecnico ed avanguardistico di sperimentazione fino a se stessa. Non mi piacciono i fanatismi. Credo in un simbolismo culturale certo, che si riallacci alla tradizione della storia dell’immagine dall’uomo primitivo fino a quello civilizzato e che sappia però arricchirla o superarla in una nuova visione potente e inebriante. Voglio trattare l’immagine come la scrittura. Quello che m’interessa è rappresentare una realtà diversa dalla solita routine ecco tutto. L’arte deve esprimere il nuovo senza rimescolare il vecchiume. La citazione deve servire ad arricchire e a rafforzare la costruzione architettonica di un tutto visivo senza opprimerla.
Mi sto sforzando in questi giorni di scrivere racconti distensivi ma mi vengono fuori soltanto elucubrazioni concettuali. Che barba.